Case di comunità

Un nuovo interessante progetto appare oggi sui giornali in merito all’istituzione nei progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per quanto riguarda la salute: l’istituzione delle case di comunità. Queste dovranno fornire, in soldoni una ogni 100.000 abitanti, quell’assistenza e primo apporto sanitario agli utenti che ne avranno bisogno. Le prime cose da notare è la completa mancanza di integrazione tra queste strutture, medici di base, farmacie ed altri presidi: se questo progetto sarà gestito localmente e si darà il via a livello di ogni realtà di una di queste “case” spero che gli amministratori siano capaci di integrare tutte le risorse già disponibili per evitare un altro buco nell’acqua. Il progetto per quello che ho letto è interessante, potenzia le risorse primarie e chi come me lavora sul territorio sa quanto prima di tutto occorra riformare il contratto con i medici di base: la priorità su cui partire che si dimentica sempre è la necessità di avere un medico sempre a disposizione e in questa direzione l’unica opzione sia obbligare gli studi medici di base ad associarsi e garantire allo “studio” accesso almeno 12 ore al giorno per evitare i soliti pellegrinaggi impenitenti al pronto soccorso per codici bianchi e verdi, almeno nelle aree urbane sopra i 10-15 mila abitanti, capisco però le limitazioni nei molti paesini sperduti dove il medico arriva si e no un giorno a settimana in estese aree d’Italia ma da qualche parte bisogna ben cominciare no? Rivendico inoltre il ruolo di presidio sanitario delle farmacie proprio in quelle aree fragili, che devono essere messe in condizioni tramite un collegamento remoto con un medico o altri mezzi tecnologici di poter erogare prestazioni e/o farmaci senza dover arrivare ogni volta ai limiti di quello che consente la legislazione vigente in merito alle prescrizioni.

Insomma la strada da fare per modernizzare la sanità pubblica è lunga e irta di ostacoli, tra le speranze dei cittadini e le capacità che avranno gli amministratori pubblici di mettere in campo non solo le risorse del recovery fund, e qua vedo l’ostacolo più duro, ma le competenze degli stessi nel voler uscire dai loro palazzi dorati e sporcarsi le mani con i problemi di tutti i giorni che un anziano o un malato deve affrontare, a partire dal trovare il medico all’erogazione del farmaco. L’Italia è divisa in eccellenze e mancanze a macchia di leopardo sul territorio proprio per la sanità.

Anche in questo la recente Italia del calcio insegna che anche se non abbiamo un Ronaldo o un Messi, quando fai un team forte certamente ma compatto, si possono superare molti più ostacoli.

La mia speranza è che dopo il Covid nasca un paese più unito e umile nella collaborazione reciproca, alla ricerca di quei valori e servizi degni di un paese qual’è il nostro.

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