Pandemia: causa anche malattie psichiatriche

Una pandemia cambia le nostre abitudini quotidiane, i nostri rapporti interpersonali, il nostro stile di vita.

Ciò a cui però ora non pensiamo è che la pandemia continua a far danni anche dopo che è finita, perché lascia comunque delle conseguenze anche gravi non solo a livello economico ma anche sociale e psicologico.

Oltre alle evidenti ripercussioni sull’economia dei vari paesi anche la salute mentale delle popolazioni colpite viene messa a dura prova, come dimostrano numerosi studi svolti proprio per capire meglio questo aspetto, studi effettuati sulle conseguenze di altre gravi infezioni che hanno avuto larga diffusione.

Significativi sono i dati relativi all’epidemia del virus Ebola del 2014 in Guinea e in Sierra Leone, grave infezione che provoca febbre emorragica, la cui mortalità in alcune aree ha raggiunto il 90% e contro la quale ancora non abbiamo praticamente armi farmacologiche.

A seguito di quella grave epidemia sono state prese sotto esame le condizioni psichiatriche dei sopravvissuti, dei familiari di persone rimaste contagiate e di operatori sanitari coinvolti nella task force intervenuta per contrastare l’emergenza.

In quel gruppo venne registrata un’incidenza del 48% di ansia e depressione e del 76% di persone con sintomi di PTSD, ovvero post-traumatic stress disorder (disturbo da stress post-traumatico).

Quest’ultimo è scatenato dal vivere o assistere ad un evento traumatico, catastrofico o violento, e si manifesta in maniera variabile, dai flashback durante i quali il paziente rivive di nuovo l’evento traumatico e fenomeni di amnesia fino agli stati di ipervigilanza e tensione che accompagnano reazioni anche rabbiose e difficoltà nell’addormentarsi.

Di quel 76% più di un terzo dei pazienti ha raggiunto livelli di preoccupazione clinica.

Raggiunto quel livello possono manifestarsi depersonalizzazzione, ossia un distacco dal proprio corpo e dalla propria mente, o derealizzazione, ovvero un distacco dalla realtà, dall’ambiente circostante.

Un altro studio del 2007 riguardante l’impatto sugli operatori sanitari dell’infezione del 2003 da SARS-Cov (Severe Acute Respiratory Syndrome provocata da Coronavirus) ci mostra dei risultati analoghi, in cui viene riportato un aumentato rischio di soffrire di ansia, depressione, disturbi del sonno e paura del contatto sociale. In questo studio viene anche sottolineato come coloro che lavorano come operatori sanitari dovrebbero in teoria essere “più resistenti” nei confronti delle patologie psichiatriche sopra citate, e questo grazie alla loro conoscenza delle misure di sicurezza per il contenimento microbiologico.

Conoscenza che dovrebbe renderli più sicuri e meno “spaventati”, nonostante siano le figure che trovandosi in prima linea nella battaglia contro una grave infezione sono coloro che vivono esperienze particolarmente difficili.

Se nonostante questo le conseguenze sono devastanti anche per chi lavora in questo ambito, quanto possono essere gravose per chi non può fare affidamento su proprie conoscenze scientifiche?

Da qui l’importanza della comunicazione con la popolazione di informazioni scientifiche vere, reperibili facilmente mediante fonti ufficiali come i siti dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), fondamentali per contrastare quelle che ormai tutti conosciamo sotto il nome di “fake news”, assai dannose per la salute pubblica.

In un altro studio sui casi di malattie psichiatriche relative all’infezione da SARS in Cina riporta come essere stati oggetto di quarantena e quindi aver avuto un’elevata percezione di rischio della malattia abbiano provocato numerosi casi di depressione in forma grave anche dopo diversi anni che l’epidemia si era conclusa.

In Italia il Consiglio nazionale degli ordini degli psicologi ci mostra i dati rilevati dallo “stressometro” che ha realizzato: il 63% degli italiani oggi si sente molto stressato, per la paura di contrarre l’infezione, per l’improvviso cambiamento nello stile di vita, per la futura incertezza economica.

La comunità scientifica cerca quindi di far capire l’importanza di un costante monitoraggio della salute mentale della popolazione durante periodi di grave pericolo per la salute pubblica e di far sì che tali conoscenze aiutino anche a preparare gli operatori sanitari che poi dovranno affrontare tali emergenze, aspetti fondamentali per la prevenzione di condizioni psichiatriche anch’esse molto pericolose.

Quel che è certo è che questa pandemia lascerà inevitabilmente delle cicatrici.

Quanto tempo dovrà passare dalla fine di questa crisi sanitaria prima che il rumore di uno starnuto non ci faccia sobbalzare dalla paura?

 

Fonti:

httpss://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5873549/

httpss://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17500305

httpss://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/j.1440-1819.2012.02336.x

 

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