Etichetta: mezzo per attrarre ma anche strumento per una corretta informazione (parte II)

Ultimo o penultimo, ma non per importanza, è il sale o meglio il sodio. Il consumo prolungato di quantità eccessive di sale può determinare l’insorgenza di patologie come l’ipertensione arteriosa nei soggetti predisposti, col conseguente rischio di malattie cardiovascolari. Oltre che nel sale da cucina, il sodio è contenuto naturalmente nel latte (circa 50 mg per 100 g) e nelle uova (circa 80 mg per 100 g), come pure in alimenti trasformati, fra cui pane, salatini e, in generale, nella maggior parte degli alimenti conservati, quali salumi, insaccati e alcuni formaggi. Il valore di sale raccomandato deve essere inferiore ai 5 g al giorno.
Infine, va indicata l’eventuale presenza dei cosiddetti grassi trans o TFA (trans fatty acid) assunti sotto forma di oli parzialmente idrogenati, più pericolosi degli acidi grassi saturi per la loro incidenza sul rischio di cardiopatie coronariche. È il caso, per lo più, di prodotti da forno confezionati, pietanze precotte, patatine, popcorn e creme spalmabili al cioccolato. Nei confronti di tali sostanze sono già stati presi dei provvedimenti: nel 2015 la Commissione europea ha rilasciato una relazione riguardante “i grassi trans negli alimenti e nella dieta generale della popolazione dell’Unione”, a cui ha fatto seguito nel 2016 una proposta di risoluzione, mentre gli Stati Uniti hanno già annunciato che, a partire dalla metà del 2018, gli oli parzialmente idrogenati saranno vietati in tutti i prodotti venduti sul mercato nazionale.

In mancanza della dichiarazione nutrizionale, che, sebbene sia un’informazione preziosa, è facoltativa (diventa invece obbligatoria nel momento in cui in un claim si fa riferimento a una particolare caratteristica alimentare del prodotto), è utile guardare con occhio attento la lista degli ingredienti. L’ordine con cui gli ingredienti appaiono in etichetta non è casuale, bensì è regolato per legge. In particolare i vari componenti devono comparire per ordine decrescente di quantità. In base a questo ordine decrescente, alcune etichette alimentari possono trarre in inganno il consumatore, soprattutto quando si parla di grassi. Se per esempio vengono impiegati due tipi diversi di grassi (margarina e strutto), questi compaiono in etichetta come due ingredienti distinti. In realtà appartengono entrambi alla categoria dei grassi e nel loro complesso possono rappresentare un quantitativo superiore (ad es. 25% + 25% = 50%) a quello impiegato per la produzione di un altro prodotto in cui il termine strutto compare prima tra gli ingredienti (40%), ma che non viene associato ad altri grassi.

Un altro potenziale inganno può derivare dai claims nutrizionali, ovvero da quelle indicazioni supplementari che si riferiscono a una particolare caratteristica nutrizionale del prodotto, come ad esempio la scritta “senza zucchero”. In tal caso, se tra gli ingredienti compaiono diciture quali “sciroppo di glucosio”, “sciroppo di fruttosio”, “maltosio”, “amido di mais”, piuttosto che “sciroppo di cereali” l’alimento contiene indirettamente dello zucchero. Queste sostanze, infatti, hanno un alto indice glicemico che le rende del tutto simili al saccarosio.

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