Il parto

Se siete in gravidanza vi sarete già chieste come si svolgerà il parto, come vi accorgerete che è giunto il momento di andare in ospedale ecc…

Cosa capita al termine della gravidanza?

Durante la gravidanza il collo dell’utero è chiuso e lungo, a partire dalla trentottesima settimana di gestazione per effetto delle contrazioni preparatorie il collo dell’utero si accorcia.

La data del parto è solo indicativa e si considera fisiologica la nascita che avviene da due settiamne prima a due settimane dopo tale data.

Non esistono regole precise per l’inizio del travaglio, ma sicuramente ci sono alcuni segnali che possono far pensare al suo arrivo.

Non è detto che tutti i segnali siano sempre percepiti dalla futura mamma o che tutti siano presenti.

Già nel corso del nono mese di gravidanza ci sono contrazioni non dolorose percepite come un indurimento del pancione, queste sono contrazioni preparatorie. Nei giorni precedenti a quello del parto appaiono spesso doloretti simil mestruali al basso ventre e alla schiena, ma non ci si deve allarmare né precipitare all’ospedale. Questi doloretti possono avvisare dell’arrivo delle vere e proprie contrazioni, ma possono durare anche diversi giorni.

Si entra poi nel periodo prodromico del travaglio in cui si percepiscono contrazioni dolorose ma non regolari né ravvicinate. Questo periodo ha una durata molto variabile e può protrarsi per diversi giorni. Il feto scende con la testa così la mamma ha una sensazione di pesantezza al basso ventre e sente spesso lo stimolo ad urinare, è frequente che anche l’intestino si liberi con frequenza superiore alla norma. Le contrazioni preparatorie sono più frequenti di sera e di notte.

Un altro segno di travaglio imminente è la perdita del tappo mucoso che è il tappo di muco che chiude il collo dell’utero durante i nove mesi di gravidanza.

La perdita del tappo si avverte come una perdita gelatinosa e densa di colore biancastro a volte striata di rosso in quanto si possono rompere alcuni capillari del collo dell’utero.

La perdita non è dolorosa e la donna può anche non accorgersene, inoltre il tappo può andarsene tutto in una volta o in più riprese e il distacco può avvenire a poche ore dal parto o anche due settimane prima di esso.

Ad un certo punto inizia il travaglio vero e proprio inteso come insieme di fenomeni meccanici e dinamici che portano all’espulsione del feto e della placenta. Il travaglio si considera iniziato quando partono le contrazioni dolorose associate all’appianamento e alla dilatazione del collo dell’utero.

Al primo parto è normale che il travaglio duri più a lungo, in media dalle sei alle dodici ore, mentre nei parti successivi il travaglio dura all’incirca la metà del tempo quindi dalle tre alle sei ore. Questo perché il collo dell’utero nelle primipare prima si appiana e poi si dilata mentre nelle pluripare fa entrambe le cose contemporaneamente.

Non è corretto pensare che il travaglio possa durare molto più delle dodici ore, chi riferisce di aver avuto travagli di due o più giorni in realtà considera travaglio anche il periodo di contrazioni prodromiche che in realtà sono solo preparatorie.

Il travaglio viene diviso in tre fasi:

  • Primo stadio: fase dilatante che va dall’inizio del travaglio fino alla dilatazione completa.
  • Secondo stadio: fase espulsiva che va dalla dilatazione completa all’espulsione del feto.
  • Terzo stadio: secondamento che va dalla nascita del bambino all’espulsione della placenta

La fase dilatante è ancora divisa in fase di latenza che va dall’inizio del travaglio con contrazioni regolari fino alla dilatazione di tre-quattro centimetri e in fase attiva che va dalla dilatazione di tre-quattro centimetri alla dilatazione completa.

Di solito se le contrazioni sono sufficientemente ravvicinate e regolari e si è ad una dilatazione di tre centimetri si viene ricoverate.

Quindi quando partono le contrazioni regolari si può dire di essere in travaglio, ma non si deve correre in ospedale, spesso il cammino è ancora lungo. E’ meglio rimanere in casa dove si vive sicuramente in maggiore tranquillità il travaglio. Ci si può mettere sotto la doccia o fare un bagno caldo così da sopportare meglio il dolore e vedere se le contrazioni continuano o rallentano.

Ci si deve recare in ospedale quando le contrazioni si susseguono ad intervalli di cinque-dieci minuti e durano almeno 40-50 secondi, tenendo presente il tempo che si impiega ad arrivare all’ospedale. Diversamente s rischia di essere rimandate a casa.

Arrivate in ospedale si verrà sottoposte ad un tracciato cardio-tocografico che individuerà l’attività contrattile dell’utero e il battito cardiaco fetale ed in seguito ad una visita ginecologica che serve per vedere la dilatazione raggiunta. A quel punto si avvierà il ricovero.

E’ anche possibile che durante il tracciato, le contrazioni che parevano ravvicinate si diradino, ma spesso questo è dovuto al prevalere della parte razionale della nostra mente che impedisce al travaglio di procedere. Importantissimo è che prevalga la nostra parte istintiva che guida il parto e che per essere espressa ha bisogno di intimità, luci soffuse, calore umano. Tutte le donne sono in grado di partorire naturalmente devono solo lasciarsi andare e lasciar andare il bambino che partecipa attivamente all’evento.

In caso invece si avessero perdite di sangue è bene recarsi subito in ospedale, perché potrebbero esserci dei problemi.

A volte capita che pur non essendo ancora in travaglio si rompano le acque.

La rottura delle acque, più correttamente definita, rottura del sacco amniotico può essere molto evidente con fuoriuscita di una grande quantità di liquido incolore e dall’odore caratteristico oppure presentarsi come uno stillicidio. In questi casi conviene utilizzare un assorbente di stoffa in modo che le ostetriche possano esaminare il liquido e non bisogna aspettare troppo a raggiungere l’ospedale in quanto il feto non è più in ambiente sterile. Solitamente il travaglio inizia entro sei, massimo dodici ore dalla rottura delle membrane e se così non fosse entro 18-24 ore viene indotto il parto.

Se invece le acque fossero tinte ossia presentassero un colore verdastro si deve subito andare in ospedale perché questo è segno di sofferenza fetale.

Durante la fase dilatante l’utero si contrae e questo oltre ad appianare e dilatare il collo dell’utero serve per massaggiare il bambino, prepararlo alla respirazione polmonare e spingerlo in basso. Il collo dell’utero si dilata fino a dieci centimetri, le contrazioni si fanno più vicine e di più lunga durata man mano che ci si avvicina alla nascita.

Le membrane possono rompersi in qualunque momento o anche arrivare integre alla fase espulsiva o addirittura restare integre anche alla fuoriuscita del bambino.

La fase espulsiva ha durata variabile da 30 minuti a due ore ed è da un lato la fase più impegnativa per la mamma, ma dall’altro può essere vissuta con un senso di liberazione.

La mamma sente un fortissimo bisogno di spingere perché la testa del feto preme sull’ampolla rettale. È importante assecondare questo bisogno spingendo ad ogni contrazione e riprendendo fiato tra una contrazione e la successiva in questo modo la testa del bambino ha il tempo di scendere con calma e si evitano lacerazioni. Solo nel caso si evidenziasse una sofferenza fetale potrà essere praticata dalle ostetriche l’episiotomia ossia un taglio della parete vaginale per facilitare e velocizzare il passaggio della testa fetale. Per fortuna nella maggior parte degli ospedali non viene più praticata di prassi.

Una volta uscita la testa, il feto compie una semirotazione per far uscire una spalla e poi la succesiva e il resto del corpo ma la mamma non fa più fatica.

Una volta espulso il neonato, le contrazioni si interrompono per 15 minuti.

Il neonato viene posto sul seno della mamma e può iniziare a succhiare dal capezzolo. Viene reciso il cordone ombelicale.

La suzione stessa favorisce l’avvio di nuove contrazioni che servono per espellere la placenta. Quest’organo che è stato fondamentale in gravidanza per il sostentamento del feto, si trova a staccarsi dalle pareti dell’utero che ha ridotto le sue dimensioni e a questo punto viene espulso.

Il secondamento dura n genere mezz’ora.

A questo punto la mamma avrà una perdita vaginale di sangue perché l’utero tornerà alle dimensioni precedenti la gravidanza.

Il processo durerà 40 giorni e le perdite inizialmente abbondanti si ridurrano con il passare dei giorni fino a sparire.

L’allattamento al seno favorisce la contrazione dell’utero ed il suo ritorno alla normalità. Nei primi giorni dopo il parto le contrazioni uterine potranno essere dolorose, soprattutto dopo i parti successivi al primo in quanto l’utero, nelle gravidanze successive alla prima è più rilassato e ha bisogno di contrarsi con più forza per tornare alle dimensioni normali.

Il parto avviene fisiologicamente, quindi se non ci sono complicanze non bisogna intervenire somministrando ossitocina per velocizzare le contrazioni o praticando l’episiotomia per rendere più rapida l’espulsione del feto. Importante è quindi cercare un ospedale dove vengano rispettati i tempi di mamma e bambino.

Importantissimo è poter scegliere le posizioni da assumere sia in travaglio che nella fase espulsiva per poter sopportare meglio il dolore e perché in piedi o in posizione accovacciata si favorisce la discesa del feto grazie alla forza di gravità e alla maggior apertura del bacino. La posizione litotomica che si faceva assumere alle partorienti non aiutava per niente la discesa del bambino e non metteva la mamma nelle migliori condizioni per spingere in modo efficace.

Dopo un parto avvenuto rispettando i tempi di mamma e bebè, la mamma avrà tempi di ripresa brevi e grazie anche all’aiuto degli ormoni liberati dal suo organismo si sentirà forte e piena di energia, non avrà la necessità di stare sdraiata e potrà da subito prendersi cura del suo bambino.

Ora quindi sapete quali sono le fasi del parto e potete prepararvi a viverlo tranquillamente.

 

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