Probiotici e prevenzione del diabete di tipo 1 nei bambini

Probiotici e diabeteIl diabete mellito tipo 1, noto in passato come tipo I o diabete giovanile, è caratterizzato dalla distruzione delle cellule ß del pancreas (quelle deputate alla formazione dell’insulina) causata da un processo autoimmune, che di solito porta alla totale assenza di insulina. Nel momento in cui questa non viene più prodotta, il glucosio a livello ematico aumenta e non raggiunge più le cellule per essere impiegato nei vari processi metabolici, con una duplice conseguenza: demolizione di lipidi e proteine per produrre energia, con un rapido dimagrimento, e iperglicemia, che determina un aumento della sete e poliuria.
Inizialmente si parla di prediabete che è lo stato che precede l’inizio clinico del diabete, caratterizzato dalla presenza di anticorpi diretti contro numerosi antigeni delle cellule ß delle isole pancreatiche. Il rischio di sviluppare autoimmunità verso le cellule degli isolotti pancreatici è legato all’interazione di una predisposizione genetica con cause ambientali. Pertanto è possibile prevederlo attraverso la ricerca e la valutazione dei marcatori genetici, alcuni alleli HLA DRE DQ, associati, appunto, allo sviluppo di diabete di tipo 1. A tal proposito, uno studio prospettico di coorte che ha coinvolto Finlandia, Svezia, Stati Uniti (Colorado, Georgia, e Stato di Washington) e Germania si è occupato di verificare l’ipotesi che su 8676 bambini con allele HLA-DR-DQ  associato allo sviluppo di diabete di tipo 1, l’esposizione precoce ai probiotici possa essere associata a un rischio ridotto di sviluppare autoimmunità verso le cellule degli isolotti pancreatici.

I probiotici sono microrganismi vivi e vitali in grado di modificare positivamente l’equilibrio della popolazione microbica intestinale. L’insediamento dei microrganismi nell’intestino avviene dal momento della nascita in poi, dipende dal tipo di allattamento (con il latte materno si acquisiscono principalmente  bifidobatteri, mentre con quello artificiale cocchi, bifidobatteri e batteroidi), poi con lo svezzamento si ha una progressiva diversificazione della popolazione microbica, che diventa complessa e abbondante nell’adulto. I probiotici si possono rivelare importanti nel coadiuvare la normale popolazione microbica nell’impedire la colonizzazione da parte dei batteri patogeni.

Lo studio in questione, denominato Teddy, ha previsto che ogni 3 mesi venissero raccolti i dati dalle famiglie comprese le informazioni su integratori alimentari materni, consumo di latticini fermentati, farmaci durante la gravidanza, e abitudini al fumo; in più anche informazioni sul bambino relative a malattie,  farmaci, uso di integratori probiotici o alimenti per lattanti oltre a notizie relative all’allattamento al seno. Ogni 3 mesi sono stati anche prelevati campioni di sangue utilizzati per verificare la comparsa di uno o più autoanticorpi insulari GADA, IAA, o IA-2A, come marcatori di tale autoimmunità.

La prima esposizione ai probiotici, contenenti principalmente Lactobacillus e Bifidobacterium, è stata monitorata e classificata come: precedente a 1 mese di età, tra 1 e 3 mesi, e tra 3 e 12 mesi. I risultati mostrano un trend preciso che suggerisce un effetto positivo dei probiotici nei bambini di età inferiore ai 3 mesi. In particolare, si è evidenziato come l’associazione tra assunzione di probiotici e riduzione del rischio di autoimmunità degli isolotti fosse più forte nei bambini che avevano ricevuto probiotici in età molto precoce, meno di 1 mese di età.

Una teoria che può spiegare perché i probiotici hanno avuto un così marcato effetto in bambini molto piccoli, secondo la Dr.ssa Ulla Uusitalo (nutrizionista coinvolta nello studio Teddy), è che i probiotici migliorano la maturità della barriera intestinale per difendere il corpo contro l’esposizione ambientale (virus e proteine estranee). Con i probiotici, l’intestino vulnerabile del bambino è meglio preparato per affrontare gli insulti esterni e in questo modo può essere evitata l’insorgenza di una risposta autoimmune avversa. Riguardo ai risultati ottenuti, la Dr.ssa ha espresso un cauto ottimismo, sottolineando la necessità di ulteriori conferme da parte di nuovi studi.

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