Ictus, come riconoscerlo e come prevenirlo

foto ictusÈ detto ictus dal latino «colpo», un danno vascolare che provoca una lesione in un’area del cervello . Nell’80% dei casi, è determinato dall’ostruzione di uno dei vasi che porta il sangue al cervello (a causa di un trombo   o di un embolo ). Nel 20%, è originato dalla rottura di un’arteria cerebrale (ictus emorragico). Si parla di ictus quando i sintomi durano almeno 24 ore, mentre si parla di attacco ischemico transitorio (in sigla, Tia) se durano pochi minuti o poche ore senza lasciare esiti significativi; di solito a essere colpite da un ictus sono gli anziani, molto più e i giovani.

L’OMS lo definisce come “un’improvvisa comparsa di sintomi riferibili a deficit delle funzioni cerebrali, localizzati o globali di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto, non attribuibile ad altra causa apparente se non a vasculopatia cerebrale”.

In Italia colpisce circa 200.000 persone ogni anno. L’età media sono i 65 anni. Rappresenta la terza causa di morte dopo le malattie cardiache ed i tumori, ma in assoluto anche la prima causa di invalidità . Ad un anno dall’evento un terzo delle persone sopravvissute presenta disabilità e difficoltà di recupero, benché di recente la scienza stia offrendo nuove speranza di riabilitazione . ci sono 3 tipi di ictus .

  • l’ictus ischemico, il più frequente, riguarda specialmente gli uomini over 70;
  • l’ictus emorragico intraparenchimale (che rappresenta circa il 20% dei casi totali) colpisce soggetti meno anziani e comunque in prevalenza maschi;
  • l’emorragia subaracnoidea, invece, è tipica delle donne di circa 50 anni.

Prevenzione

L’arma più efficace per fronteggiare l’ictus nel migliore dei modi – oltre alla prevenzione basata sugli stili di vita – è la tempestività: individuarlo precocemente aumenta di molto le probabilità di sopravvivere e di non averne conseguenze troppo negative. Se si interviene tra le 3 e le 6 ore dalla crisi, infatti, diverse studi scientifici dimostrano che ci sono ottime probabilità di circoscriverne gli effetti, altrimenti devastanti o letali.

Per prima cosa cercare di essere attenti nel riconoscere i sintomi, infatti due terzi degli infartuati arrivano in ospedale troppo tardi ed il 60% di coloro che sono colpiti da ictus, anche se curati nel modo migliore possibile, muore o rimane invalido. E’ dunque di fondamentale importanza la rapidità d’intervento, se ci pensiamo bene il cuore ed il cervello sono gli organi più irrorati di sangue proprio perché non possono sopravvivere a lungo senza ossigeno. 

I campanelli d’allarme Posto che è sempre difficile generalizzare, perché ogni individuo può presentarne di propri a seconda anche del tipo di ictus che sta per verificarsi, vediamo allora quali sono i segnali premonitori principali che possono preludere a un attacco :

1)Disturbi del linguaggio: difficoltà ad articolare un discorso, a pronunciare anche parole molto semplici.

2)Difficoltà a comprendere frasi e discorsi di altri.

3)Debolezza temporanea di un braccio o di una gamba, oppure perdita di sensibilità o formicolii agli arti, difficoltà di muovere le dita di mani e piedi.

4) Un mal di testa inspiegabile , improvviso e fortissimo, che non passa neanche facendo ricorso ad antidolorifici.

5)Alterazione nella visione degli oggetti, che vengono percepiti in maniera anomala, spesso da un solo occhio.

6)Sensazione di vertigine, capogiro, sbandamento e tendenza a perdere l’equilibrio senza una ragione precisa. Questi sintomi potrebbero anche scomparire nel giro di 24 ore: in questo caso, con ogni probabilità si sarà trattato di un Transient Ischemic Attack (TIA), vale a dire di un attacco ischemico transitorio, una sorta di piccolo ictus leggero, provocato da una occlusione soltanto transitoria di un vaso arterioso. Attenzione, però, perché anche un ictus così lieve è una spia da non sottovalutare: chi ne è vittima, infatti, ha una probabilità 10 volte superiore di essere colpito da un ictus vero e proprio. Che cosa fare Come comportarsi di fronte a uno o più sintomi di possibile ictus? C’è una sola risposta a questa domanda: il paziente deve essere trasportato al più presto al Pronto Soccorso . L’ideale sarebbe la struttura sanitaria prevedesse al suo interno una “Stroke Unit” le unità specializzate nel trattamento degli ictus. Inutile chiamare semplicemente una guardia medica o il medico di famiglia, o peggio ancora mettersi a letto nella speranza che i sintomi passino da soli. Di fronte a un possibile ictus, anche pochi minuti possono essere preziosi.

Esiste un elenco di “stroke Unit” ; è sufficiente consultare il sito della Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale (A.L.I.Ce. Italia onlus). 

LA RIABILITAZIONE: va iniziata prima possibile e dura in media sei mesi, di cui due-tre di riabilitazione intensiva in reparti specialistici. Nella prima settimana l’obiettivo principale è prevenire le complicanze, specie quelle causate dalle difficoltà di deglutizione (come la broncopolmonite ). In seguito il paziente inizierà un percorso personalizzato in un centro di medicina riabilitativa, con l’obiettivo di raggiungere autonomia nella quotidianità. IL RECUPERO: le aree danneggiate non vengono riparate ma, grazie alle proprietà plastiche del cervello, è possibile tornare a svolgere determinate funzioni, utilizzando nuove vie nervose nell’ambito del tessuto cerebrale rimasto sano. Il 90% dei pazienti che segue un percorso di riabilitazione intensiva raggiunge buoni risultati in termini di autonomia, a volte recuperando pienamente certe funzioni, altre volte imparando a compensarle con diverse strategie (per esempio, imparando a scrivere con la mano sinistra anziché con la destra). Un recupero quasi completo si verifica in circa venti casi su cento. Per il buon esito della riabilitazione sono fondamentali la motivazione, l’impegno del paziente e il supporto della famiglia.

Fattori di rischio

Possono essere classificati in non modificabili, modificabili ed intermedi. Nei primi rientrano l’invecchiamento, la familiarità, lo stress e l’ambiente in cui si vive. Quelli modificabili invece sono quelli su cui può agire efficacemente una corretta prevenzione e sono, come già accennato, il fumo, la dieta scorretta e l’assenza di moto.

I sanitari infatti possono agire consigliando ai propri pazienti stili di vita più consoni ed incoraggiando gli screening nei soggetti con familiarità per le malattie cardiovascolari, gli ultracinquantenni, le donne in gravidanza, gli ipertesi ed i diabetici.

Se questi fattori di rischio modificabili, cioè le cattive abitudini, sono protratti nel tempo danno origine ai fattori di rischio intermedi: ipertensione, diabete, obesità, aumento dei trigliceridi ed ipercolesterolemia.

Ad esempio l’ipertensione è il principale fattore di rischio per l’infarto ed uno dei più importanti fattori di rischio cardiovascolare: chiamato anche killer silenzioso, poichè non dà sintomi chiari,  richiede  una misurazione della pressione sanguigna almeno una volta l’anno.

Il diabete raddoppia il rischio cardiovascolare: esso infatti favorisce l’insorgere dell’arteriosclerosi e causa danni a vari organi e tessuti. Si parla di diabete quando a digiuno il livello di zuccheri nel sangue supera i 126 mg/dl e coloro che hanno valori compresi tra 110 e 126 mg/dl sono considerati ad alto rischio di svilupparlo nel tempo.

Alti livelli di colesterolo nel sangue sono responsabili di un terzo delle malattie cardiovascolari. Il colesterolo viene trasportato nel sangue da due differenti forme di lipoproteine: le HDL trasportano il colesterolo “buono” in quanto questo viene eliminato, mentre le LDL tendono a depositare il colesterolo sulle pareti dei vasi aumentando quindi il rischio di ostruzione. Le norme europee danno alcuni valori guida relativi al colesterolo: colesterolo totale inferiore a 190 mg/dl , colesterolo HDL superiore a 40 mg/dl nell’uomo e a 46 mg/dl nella donna, colesterolo LDL inferiore a 115 mg/dl. Così anche i trigliceridi è importante che siano controllati, il loro valore deve essere inferiore a 150 mg/dl.

Come agire sui fattori di rischio modificabili

  • Innanzitutto curare la dieta : mangiare almeno 400-500 g di frutta e verdura al giorno perché ,grazie al loro contenuto di anti-radicali liberi, proteggono i vasi e i tessuti del cuore e del cervello.
  • Diminuire l’uso di sale da cucina: l’OMS ha stimato che riducendo la quantità di sale giornaliera di 3 g farebbe scendere del 22% la mortalità da infarto e del 16% quella per malattie coronariche.
  • Consumare più fibre.
  • Limitare l’uso dei cibi grassi e fritti: i grassi saturi e quelli idrogenati sono più pericolosi perché aumentano il colesterolo LDL.
  • Consumare pesce almeno 2 volte alla settimana perché contiene i grassi omega 3 protettori delle arterie, eventualmente si possono assumere integratori alimentari.
  • Limitare il consumo di alcool, bere cioè non più di 2 bicchieri al giorno.  

 

 

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