Bacche autunnali commestibili

autunno

Nella stagione autunnale la natura predilige concentrare principi attivi e metaboliti in tutta una serie di bacche commestibili, più o meno appariscenti, che si possono raccogliere per farne marmellate, infusi, sciroppi, salse, conserve in salamoia, aceti aromatici, oli e liquori. Oltre a ciò, gran parte di esse sono accomunate dall’impiego nel settore officinale e lo sono, in particolare, per le virtù astringenti e disinfettanti delle vie urinarie.

Tra queste ricordiamo i frutti del corbezzolo (Arbustus unedo) simili a ciliegie giganti, con polpa gialla e carnosa, dalla superficie granulosa ricoperta di tubercoli rigidi. Il fitocomplesso estratto dal corbezzolo, di cui la componente principale è data dai tannini, assicura proprietà ARBUN-Arbutus_unedo_tdisinfettanti, fortemente astringenti e blandamente diuretiche. L’estratto di corbezzolo si caratterizza anche per la presenza di arbutina, un glucoside idrochinonico dotato di attività antimicrobica nei confronti di numerosi ceppi batterici, che, pertanto, si presta al trattamento di cistiti ed infiammazioni urinarie in genere, sebbene in questo frutto il tenore, paragonato a quello dell’uva ursina, sia decisamente inferiore. In fitoterapia, il corbezzolo è impiegato soprattutto sotto forma di infuso, consigliato in caso di flogosi intestinale. È invalso anche l’impiego di tintura madre nelle affezioni prostatiche ed uretrali: pare, infatti, che la tintura madre di corbezzolo sia in grado di interrompere la cascata di eventi che alimentano l’uretrite, infiammazione acuta o cronica dell’uretra, favorendo, quindi, la riparazione della mucosa uretrale.cornus mas-gele kornoelje-02

Analoghe proprietà astringenti vengono conferite sempre dai composti tanninici ad un altro frutto, quello del corniolo (Cornus mas), che produce piccole drupe pendule ovato-oblunghe, rosse scure quando sono ben mature, dal sapore acidulo ma gradevole, che si accompagnano tradizionalmente alle carni bollite o arrostite.

Un’altra bacca che viene impiegata in cucina, per lo più cotta o al naturale aggiunta ad insalate e macedonie, oppure ancora candita o ricoperta di cioccolato, è quella dell’alkekengi (Physalis alkekengi L.). Si tratta di un frutto delle dimensioni di circa 17 mm di diametro, rosso aranciato, avvolto in un caratteristico involucro simile a un sacchetto di carta di color arancione (botanicamente il calice), friabile se il frutto è maturo, che serve per proteggerlo dai parassiti e da altri fattori esterni che possono causare danni. Questo calice è tossico e non deve essere mangiato.
L’alkekengi è ricco di mucillagini, tannini, carotenoidi, flavonoidi, acido ascorbico e principi amari, ma va sottolineata la presenza di alcaloidi (più concentrati nelle foglie e negli steli), composti di derivazione prevalentemente amminoacidica che possiedono uno o più atomi di azoto (di solito in un anello eterociclico) ed esercitano forti azioni fisiologiche sugli animali, uomo compreso. La loro potenza arriva anche ad unaPhysalis_alkekengi tossicità universale. D’altra parte, nella comune pratica ci si preoccupa poco degli alcaloidi per due motivazioni: la prima è che la maggior parte delle piante, anche quelle considerate più sicure, contiene degli alcaloidi, e generalmente non si valuta il profilo di sicurezza di una pianta esaminando i suoi costituenti in isolamento; la seconda è che la tossicità degli alcaloidi è del tipo più diretto, cioè un sovra dosaggio causa immediati sintomi di rigetto. Questo non vuol dire che non si debba usare cautela. Infatti, l’aspetto da tenere in considerazione è che gli alcaloidi non sono molto solubili in acqua ma lo sono in alcool! Alla luce di tutto ciò, occorre precisare che l’assunzione di estratti di alkekengi va effettuata con una certa prudenza e a cicli brevi, sotto stretto controllo medico.
In fitoterapia gli estratti di alkekengi vengono impiegati nei casi di ritenzione idrica per le spiccate capacità di induzione della diuresi conferite dal mix di tannini, acido citrico e zuccheri contenuto nella pianta. Inoltre, le bacche dell’alkekengi, come i falsi frutti della rosa canina, sono fra le fonti naturali più concentrate in vitamina C, presente in quantità addirittura doppia rispetto ad altri frutti come gli agrumi. La vitamina C, oltre ad essere un ben noto antiossidante, possiede un’efficacia antimicrobica supportata da numerosi studi. Uno dei meccanismi che contribuisce a tale effetto consiste in uno stimolo della produzione di interferone, una glicoproteina antivirale prodotta naturalmente dalle cellule che sono infettate da un virus, la quale agisce aumentando la resistenza delle cellule vicine all’area attaccata dal virus stesso. Nonostante queste sue caratteristiche, l’alkekengi, però, risulta un frutto poco conosciuto, ancora meno come rimedio naturale, ragione per cui viene raramente utilizzato nella pratica moderna quando si vogliono ottenere dei risultati antiflogistici, per contrastare malanni da raffreddamento e influenza.

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